luigi rossi in capriascaOttavio Besomi
Il rapporto di Luigi Rossi con la Capriasca è congiuntamente di natura biografica e artistica. Nato a Cassarate, a pochi chilometri dalla Capriasca, non vi arriva direttamente, ma per la via torta di Milano (dove la famiglia si era stabilita) privilegiandola nei confronti delle valli di Blenio, Verzasca, Vedeggio, accostate precedentemente. Prima a Sarone (1899-1906), poi a Roveredo (1907-1912) nei soggiorni estivi, dal 1913 la casa di Biolda (Tesserete) diventa luogo permanente di vita e di lavoro; rimane vivo il legame con l’Europa delle mostre. Il contatto con persone e cose dell’amata Capriasca ha fornito alla sua pittura materia, motivi, forme, colori che Milano non poteva offrire. Ne sono nate opere che si articolano in tre componenti, presenti singolarmente ma il più delle volte congiunte: il manufatto, la figura umana, il paesaggio. Mettiamo pure in apertura il campanile, non certo tra gli oli più importanti dell’artista: va indicato come simbolo di un’attenzione a un luogo, la chiesa, che i Capriaschesi riconoscono da secoli come punto di riferimento della propria vita religiosa e collettiva; riconoscendo quell’amore, Rossi esprime a sua volta un atto di amore nei confronti di pietre vive di tradizione e di fede. Lo stesso vale per Il campanile di Sureggio. La casa di Biolda, centro tematico di molti oli, nido che esalta il nucleo famigliare, è ripresa da punti di vista diversi: come oggetto isolato nel verde, come punto di osservazione dall’interno, è data in lontananza con figure in primo piano. Il giardino di Biolda è il prolungamento naturale della casa, nido espanso e animato di figure famigliari, la famiglia intera, madre e bambino, la moglie, la figlia dell’artista, volto privilegiato e archetipo per altri di altri. Da Biolda, lo spazio pittorico si allarga ai quattro venti, verso il Cavaldrossa, i Denti della Vecchia, il lago di Lugano, il Bigorio. La figura umana vista in Capriasca è dal Rossi coniugata isolatamente e più spesso in gruppo, perlopiù corpi femminili e di giovani, pochi ritratti in un interno, quasi sempre en plain-air, in grande armonia con il paesaggio; forme statiche e in movimento, queste prevalenti; volti della valle, riconoscibili e riconosciuti, non ritratti singoli ma fusione di tratti: come negli affreschi delle cappelle del cimitero e di Lugaggia, dove i volti delle Virtù teologali e della Madonna sono di donne locali, ma filtrati attraverso quello della figlia dell’artista. Dei famigliari ho detto. Di estrema delicatezza i nudini di bambini; e figure nell’atto di leggere, riposare sull’erba, cogliere fiori, mele, mirtilli, castagne, i prodotti del luogo; tre le riprese di falciatori. Ma per i capriaschesi Rossi è il pittore della Processione al Bigorio perché la grande tela restituisce un atto di devozione religiosa secolare e facce di uomini del posto. Il paesaggio conosce fondamentalmente due varianti: ripreso a grand’angolo oppure in uno spazio circoscritto. Del primo tipo abbiamo Plain-air con visione dai monti di Roveredo e apertura fino ai Denti della Vecchia, Veduta dal convento di Bigorio sul Luganese e Convento del Bigorio, due riprese, verso i Denti della Vecchia e verso il convento. I Denti della Vecchia sono la Sainte-Victoire di Rossi. Facilmente leggibili Bigorio, il sentiero per Bettagno, Tesserete. Lo spazio circoscritto può essere aperto o chiuso, un interno di bosco. In questo caso i luoghi sono difficilmente individuabili: individuabilissimo, invece, è un attributo che Rossi ha saputo magistralmente cogliere: la luce che filtra tra il fogliame dei castagni e dei faggi. Ho visto quella luce tante volte, frequentando boschi per giochi, per la raccolta di legna, per castagne, per certe nespole di cui sapevo l’esistenza in Consciada, tra Tesserete e Lugaggia; ma l’ho scoperta attraverso i suoi occhi, così vera, così materiale e nello stesso tempo tanto immateriale; “toppe solari” simili a quelle del contiguo (geograficamente) Vittorio Sereni. È la stessa luce che investe I forestieri sulla Via crucis del Bigorio, resa dall’artista, proprio in grazia della luce, via gioiosa della coppia felice. Nella realtà, quella luce si rinnova ogni estate e ogni autunno nei boschi della Capriasca, ma basta una nuvola di passaggio o un’inclinazione diversa per spegnerla; Rossi l’ha fissata per sempre, in eterno.
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