gian pietro luciniMatteo Bianchi “ A Luigi Rossi, maestro comacino del pennello, che continua la lucida tradizione lombarda dal Luino al Cremona, l’amico che lo ricorda”: questa la dedica autografa di Gian Pietro Lucini all’artista in apertura di Ragione poetica e programma del verso libero edito nel 1908 con un “Invio a F.T. Marinetti”. Gian Pietro Lucini (1867-1914) precursore, sperimentatore a livello europeo del simbolismo italiano – nel giudizio di Edoardo Sanguineti – ha scritto Come ho sorpassato il futurismo: un coraggioso pamphlet consegnato alla «Voce» di Prezzolini nel 1913 fortemente critico verso il futurismo che oggi invece si festeggia incautamente. Lucini nel suo Verso libero pubblica una rassegna ideale di personalità del mondo della cultura, diversamente legate al simbolismo, fra le quali si distingue Luigi Rossi, pittore geniale. All’artista Gian Pietro Lucini aveva già dedicato uno studio in «Emporium» (aprile 1900) e le trascrizioni in versi dei dipinti Rêves de Jeunesse, 1894, Scuola del Dolore, 1895, e Il mosto, 1898. In particolare la poesia per il quadro simbolista Rêves de Jeunesse appare nel Libro delle Figurazioni Ideali di Gian Pietro Lucini, preceduto dai Prolegomena e considerato il manifesto di fondazione del simbolismo italiano. Le suggestioni luciniane accompagnano l’approdo di Luigi Rossi alla poetica simbolista, al superamento del realismo per toccare l’istanza moderata del simbolismo sociale che caratterizza i principali dipinti dell’artista all’altezza della seconda metà degli anni Novanta. Fra le carte d’archivio della casa museo si distingue il corpus luciniano: lettere, poesie, dediche, libri e documenti che meritano lo studio specifico di un rapporto privilegiato svolto nel segno di speciali affinità. Due citazioni dal Verso libero di Lucini: “Il pittore rievocava, nelle conversazioni, i letterati coi quali s’era intrattenuto, notizie curiose, fresco bottino di aneddoti, di trovate capricciose e squisite. Daudet, i Goncourt, Zola, Loti, Mistral, i Tambourins e i Félibris, dal caldo accento provenzale, vi passavano, l’uno dopo l’altro, mimica, voce, grottesco, fingendo la parola e li atti: e chi l’udiva, li gustava e li coglieva sapidi come un frutto maturo, in azione, come li altri aspetti che andava evocando. Descriveva la casa del Loti a Rochefort, povera e quasi misera all’esterno, di una inaudita ricchezza dentro; dove, ogni sala rappresentava un’epoca, una civiltà differente, un paese esotico; e, passeggiandovi, si compivano viaggi e peripli per la storia e per il mappamondo […] E per l’aria si animavano, apparizioni; sulla carta, sulla tela, imagini: il modello vivo davanti a lui rimaneva per controllo, non per ispirarvisi: con questa ragione io vedeva compirsi le grandi tele che parlavano pensieri suoi: Le piccole madri, La Scuola del Dolore, Rêve de Jeunesse, Il Mosto; donde le azioni comuni e solite della vita attuale assumevano le virtù plastiche, decorative e l’evocazione simbolica, quadri completi e determinati.” |